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Storie di business

Il sogno americano di un imprenditore italiano

Intervista a Carlo De Paoli, fondatore inJob. Ci racconta il sogno americano e la sua esperienza di apertura di un nuovo mercato negli States.

«Mio padre mi ha dato tutti gli ingredienti per essere un bravo imprenditore, tranne l’impresa» scherza Carlo De Paoli, il fondatore e Presidente di inJob. Classe 1969, fin da piccolo ha respirato in famiglia la voglia di fare e di mettersi in gioco per raggiungere i propri sogni.

Perché alla fine, l’impresa è un sogno: poi si traduce in programmi e Business Plan, ma sono i sogni l’origine di tutto.

A 18 anni Carlo si è trovato alle prese con il fallimento dell’impresa di famiglia; ha reagito fondando con il fratello un’impresa di servizi di pulizie ancora attiva.

«Procuravamo addetti alle pulizie alle imprese, ma io già sognavo di espandere le professionalità da mettere a disposizione: il lavoro interinale ancora non esisteva in Italia, ma nella mia testa aveva già preso forma».

Così Carlo ha cominciato a studiare e ad informarsi, tenendo sott’occhio le rassegne stampa dei Paesi esteri e andando a visitare le filiali dei principali player del settore a Ginevra, dove il lavoro interinale era già una realtà consolidata. La sua carriera nel mondo del lavoro è stata veloce e di successo; a 32 anni ha deciso di lasciare un impiego sicuro per fondare inJob.

«L’imprenditore è uno scontento, ma non in senso negativo: è una persona che vuole sempre di più. Servono persone così, che spingono in avanti la società» afferma, che infatti non si ferma mai e ha portato inJob ad avere più di 20 sedi in 3 continenti – compresi gli Stati Uniti, il sogno che Carlo ha realizzato e che ci racconta in questa intervista.

Carlo, sei fondatore e AD di inJob dal 2001. Quando è iniziato il tuo sogno americano?

Mio padre mi raccontava che nella vita, se non avesse fatto l’imprenditore, avrebbe voluto fare il poliziotto. Per me è stato esattamente lo stesso; come lui ho scelto la strada dell’imprenditoria, e cercavo un’idea innovativa. Mi dicevo che volevo portare in Italia un’idea americana, perché vedevo negli States il luogo dove si mette in scena il futuro. E, a posteriori, posso affermare che sono riuscito nel mio intento: infatti il temporary work, cioè il lavoro interinale, è un’idea presa in prestito da oltre oceano.

Il mio sogno però non era “solo” individuale. La mia idea di business non era – e non è – personale; quello che volevo invece era offrire un servizio che fosse davvero utile e distintivo.

I nostri clienti sono soprattutto aziende produttive, che esportano molto. Spesso si trovano in difficoltà quando devono trovare personale, e, dopo qualche esperienza internazionale positiva, ho iniziato a pensare che avrei potuto internazionalizzare il nostro servizio. L’idea era di posizionarci in modo forte e distintivo, ecco perché abbiamo deciso di elaborare una proposta di valore vincente: possiamo aiutare i nostri clienti anche all’estero, con delle sedi direttamente sul posto. Il primo ufficio fuori dall’Italia è stato a Varsavia; per quanto riguarda l’America, invece, tutti sanno che è il mercato più importante al mondo… e anche quello più difficile. Così mi sono detto: perché no? Prima di allora non ero mai stato negli Stati Uniti, ma ho deciso di comprare un biglietto aereo e di investire. Ho incontrato un professionista italo-americano che mi ha aiutato ad entrare nella cultura e nell’approccio statunitense, con fatica e impegno: come dicono da quelle parti, il 20% è talento e ispirazione, mentre il restante 80% è sudore, fatica, lavoro di tutti i giorni.

Era il 2013 quando hai deciso di aprire la filiale a New York. Com’è andata e quali sono state le difficoltà di avere un ufficio diretto nella Grande Mela – e più in generale negli USA?

Rivivendo quei momenti, la cosa che ricordo maggiormente è la grande velocità e immediatezza nei processi. Non esistevano i mesi di attesa a cui mi aveva abituato l’Italia: tutto era veloce e funzionale, ed è proprio grazie alla celerità con cui si potevano realizzare le idee che siamo riusciti a partire come razzi. Nel giro di tre mesi eravamo operativi! Ovviamente ci sono state delle difficoltà. Il rovescio della medaglia, quello che impari sul campo, è che lì esistono delle dinamiche completamente diverse, complesse e difficili da capire. L’etica e l’approccio al mondo del lavoro sono differenti. Io mi ci sono buttato a capofitto, ovviamente con le dovute attenzioni… ma mi sono buttato.

Come hai scelto le persone per il lancio di questo progetto?

Negli anni ho imparato che il lavoro è cultura. Con le sedi di inJob in America, il vero valore aggiunto che potevo dare ai miei clienti italiani era aiutarli ad introdurli in un mondo professionale che aveva dei valori culturali completamente differenti dall’Italia. Ho rilevato una piccola azienda che offriva i nostri stessi servizi per avere una buona base di lancio, selezionando persone fidate che potessero fare da ponte fra questi due mondi diversi. Una di queste è Sofia Lovato, che c’era all’inizio di questa avventura ed è ancora con noi.

Il nostro approccio distintivo prevedeva che i clienti italiani che volessero insediarsi negli Stati Uniti con strutture dirette avrebbero potuto contare su un supporto differente da tutti gli altri: noi avevamo il collante per mettere insieme e rendere profittevoli due etiche del lavoro molto diverse. Si trattava di capire due culture e di farle dialogare, con un approccio diretto e un ufficio sul posto.

Quali sono le principali differenze?

Oltre alle ovvie differenze legali e contrattualistiche, che si apprendono studiando e vivendo il mercato, la differenza che mi ha colpito maggiormente è un approccio al lavoro completamente diverso. Questo scostamento con ciò a cui siamo abituati inizia già dalla formazione scolastica: l’apprendimento è verticalizzato, si tende a specializzarsi molto, mentre in Italia la formazione è più ampia. Lo stesso approccio si riscontra nel mondo del lavoro, dove le persone sono specializzate e difficilmente ampliano le loro mansioni. Inoltre, in Italia c’è ancora l’attaccamento al posto di lavoro e l’ambizione al posto fisso, mentre in America le dinamiche sono molto più fluide: si cambia facilmente occupazione.

Che consiglio daresti a chi vuole espandere il proprio business negli USA?

Sarò diretto: il mio consiglio è di buttarsi. Con il cuore. Attenzione, non sto consigliando atti sconsiderati e privi di strategia. Ovviamente bisogna prepararsi, studiare il mercato, avere ben chiare le proprie distintività. In Italia siamo dotati di creatività, ingegno, voglia di fare: tutte qualità che spesso sottovalutiamo, ma che sono la nostra forza e che dobbiamo mettere in campo, mettendoci in gioco in prima persona.

Come giudichi l’impatto del Covid-19 sul mercato del lavoro statunitense?

Penso che per tutti i Paesi sia stato l’inizio di un cambiamento epocale. Si sono introdotte nuove pratiche che resteranno sempre con noi: credo che d’ora in poi almeno il 50% dei colloqui di lavoro sarà online, mentre prima la percentuale era molto inferiore. Lo stesso vale per la diffusione dello smart working. Inoltre, c’è e ci sarà, per forza di cose, un’imponente accelerazione tecnologica – con una conseguente struttura dei processi completamente diversa da quella che conosciamo ora.

Studiando l’andamento dell’economia statunitense nel corso degli anni, posso affermare che qui si cala prima della crisi e si cresce prima del recupero generale. Ora i segnali sono molto positivi, siamo in crescita: sono fiducioso.

Quali sono i progetti futuri di inJob negli States?

Vogliamo consolidare l’attuale struttura, collegandola con la rete italiana. Inoltre, vogliamo sviluppare e incrementare una solida rete di partner, con cui condividiamo progetti a servizio dei nostri clienti.

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