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Un’Italia leader nelle biotecnologie è possibile

10 luglio 2018

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Data di pubblicazione: 10 luglio 2018
Italiani, popolo di santi, poeti e navigatori. E di scienziati, almeno a giudicare dall’interessante rapporto realizzato quest’anno da Assobiotec. Più di 570 imprese biotech attive, quasi 13.000 addetti, oltre 760 milioni di investimenti totali: numeri sorprendenti per un settore che raramente viene associato alla tipica realtà industriale italiana. Si tratta di dati sufficienti per considerare competitivo questo settore e per trainarne la crescita?

Dare forma al mondo del futuro

I campi applicativi delle biotecnologie sono ampi e disparati. Le ricadute della ricerca interessano l’agricoltura e l’industria, rivoluzionano le terapie mediche e danno un contributo fondamentale per la salvaguardia dell’ambiente. E poiché la moderna biotecnologia è una disciplina giovane - figlia della tecnologia genetica sviluppata a partire dagli anni ‘80 - stiamo parlando di un mercato fresco, dinamico e ricco di possibilità. Esiste dunque un ampio spazio di crescita, che però le imprese italiane riescono a sfruttare solo parzialmente.

 

La realtà italiana

A fronte di un fatturato totale di oltre 11,5 miliardi di euro (cresciuto del 12% tra il 2014 e il 2016), una grossa fetta (il 68%) è generata da una minoranza di imprese a capitale estero. Le aziende a capitale italiano sono in stragrande maggioranza realtà medio-piccole.
L'accesso a capitali esterni è vitale per la crescita: e tuttavia, anche se gli investimenti sono aumentati del 22%, nel 2016 la maggior parte delle imprese biotech in Italia si è autofinanziata.
La produzione italiana nel campo delle biotecnologie è fortemente orientata all’esportazione, con percentuali di molto superiori al manifatturiero (38% contro 25%) ed enormemente al di sopra della media italiana complessiva, che risulta inferiore al 5% (dati del 2015).
Ma per essere davvero competitive a livello internazionale, le imprese italiane necessitano ancora di un supporto sistemico: finanziario, istituzionale e formativo.

 

Una strategia di lungo periodo

Secondo Luca Benatti, del Comitato di Presidenza di Assobiotec, le imprese biotecnologiche italiane sono grandi bacini di eccellenza scientifica e tecnologica, che però soffrono per l’inadeguatezza degli investimenti e rischiano di soffocare nell’arena internazionale.
È prioritario, secondo Benatti, “progettare nuovi modelli di sostegno alla ricerca innovativa mettendo insieme istituzioni e imprese, pubblico e privato; per far correre l’Italia all’interno e non ai margini di questo cambiamento globale.” Benatti auspica inoltre “un investimento strutturale nel trasferimento tecnologico, supportato dalla creazione di una cultura imprenditoriale forte, a partire dall’Università”.

 

La geografia dell’eccellenza biotech

La sola Lombardia ospita il 28% delle realtà italiane, ovvero 162 imprese che fatturano il 32% del totale nazionale e gestiscono il 23% degli investimenti in ricerca e sviluppo. Al secondo posto per la ricerca vediamo la Toscana; mentre le altre regioni di rilievo per il numero di imprese biotech presenti sul territorio sono Lazio (58) ed Emilia Romagna (57).
Numeri altamente incoraggianti, che giustificano ancora di più l'appello di Assobiotec perché questa incredibile realtà italiana venga supportata e aiutata a crescere.
L’Italia ha l’opportunità di giocare sul terreno dell’innovazione scientifica a livello internazionale. L’occasione è ricca e le competenze non mancano. Quello che serve ora è un salto di qualità, realizzabile soltanto investendo nel futuro del paese.

 
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