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I trend della delocalizzazione

17 novembre 2015

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Sono tante le aziende italiane che in questi ultimi anni hanno deciso di spostare la produzione all’estero in cerca di condizioni più favorevoli dove fare impresa. Dalla Cina all’Albania, vediamo dove e perché si muovono gli imprenditori del nostro Paese.

C’era una volta la Cina.

Nonostante l’impressione generale, nell’ultimo decennio solo il 10% delle aziende italiane ha delocalizzato fuori dai confini europei, segno che le differenze linguistiche e culturali e la distanza geografica (anche ovviamente in termini di costi di trasporto) contano eccome.

Tra i territori più battuti, oltre a Sud America e Maghreb, c’è sicuramente l’Asia. Ma oggi la Cina non è più conveniente come un tempo, a causa delle mutazioni nel cambio euro-dollaro, l’aumento del costo dei terreni e i salari in crescita.

Non a caso, alcune imprese tessili italiane che hanno delocalizzato in Cina, stanno seriamente pensando di riportare la produzione in Italia, anche grazie agli sgravi fiscali del Jobs Act e un diretto intervento del Ministero dello Sviluppo Economico. Il progetto si chiama “Reshoring” (rimpatrio di attività industriali e servizi) ed è in questo momento focalizzato su alcune aree della Puglia e del Veneto.

 

In Europa continentale, per una burocrazia più snella.

Proprio in virtù del fatto che la vicinanza geografica conta, non sono poche le aziende italiane che hanno delocalizzato nei paesi limitrofi come Francia, Germania, Svizzera, Austria e Spagna. Imprenditori attratti soprattutto da un quadro normativo chiaro, un terreno fertile dove fare impresa e una macchina burocratica sicuramente più efficiente di quella italiana. Risparmi che nel medio e lungo periodo incidono enormemente nella gestione di una azienda.

 

La prima destinazione sono i Balcani.

Chi punta invece su un costo del lavoro più sostenibile, negli ultimi anni ha preso la strada dei Balcani, che garantiscono anche una certa stabilità istituzionale. Parliamo di Benetton in Croazia, Calzedonia in Bulgaria, Omsa in Serbia o le oltre 15.000 imprese – nei settori più disparati come commercio all’ingrosso, edile, manifatturiero, agricolo - che hanno scelto la Romania, definita a lungo la mecca della delocalizzazione.

Con le liberalizzazioni e le agevolazioni partite già dagli anni ’90 dopo la fine del regime di Ceausescu, qui i vantaggi sono anche di natura fiscale e burocratica, con una notevole semplificazione di tutte le procedure utili per svolgere il proprio business con la massima profittabilità.

Oggi a dire il vero, il Paese ha meno appeal di un tempo, a causa di uno sviluppo stagnante, una corruzione dilagante e a seguito dell’entrata del Paese nell’Unione Europea che ha fatto fuggire diversi lavoratori specializzati, creando problemi di manodopera. Nonostante tutto, le aziende italiane che continuano a presidiare il Paese sono ancora tante.

 

Albania.

L’ultima frontiera per gli imprenditori italiani.

L’ultimo trend della delocalizzazione si chiama Albania. Il Paese non è ancora entrato nell’UE e offre condizioni assolutamente favorevoli: manodopera a costi molto competitivi; una grande flessibilità di assunzione e licenziamento; e una vicinanza geografica che permette di ricevere un ordine in Italia nel giro di 48 ore.

Last but not least: gli albanesi guardano la tv italiana e conoscono molto bene l’italiano. Non a caso, molte aziende di telecomunicazioni (Sky ad esempio) hanno spostato in Albania parte dei loro call center. Perché sempre di più, anche nella delocalizzazione, la sfida si gioca nell’ambito dei servizi.

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