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Ottenere un titolo di studio per poi fare tutt'altro

21 settembre 2016

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Sembra strano che il numero complessivo dei ragazzi che ancora si iscrivono all’Università sia così alto, dato che i dati dei sondaggi dimostrano che solo il 37% dei giovani è convinto che la laurea serva ad essere competitivi. Il 14%, addirittura dice che non serve a nulla.

Un discorso più profondo invece va fatto per quanto riguarda la concordanza tra percorso accademico e percorso professionale.
Partendo da questo punto infatti possiamo trovare numerose ricerche che indicano che molti laureati italiani, non stanno svolgendo la professione per cui sono stati chini sui libri per anni.

In Russia c’è chi sostiene che sarebbe meglio tornare al metodo sovietico. Questo prevedeva che i neolaureati non potessero scegliere il proprio lavoro, ma dovessero accettare quello affidatogli dallo Stato, secondo il titolo di studio conseguito. Questo tipo di commenti nasce dal fatto che la scelta di una carriera lontana dal percorso accademico affrontato, sia vista come una scelta della strada più semplice.

Senza affrontare casi così estremi, esistono professioni che richiedono percorsi di studio specifici come quelle del mondo giuridico o dell’universo medico, ma a queste si contrappongono settori come l’IT o il machinery, in cui spesso serve molto di più la volontà di imparare rispetto al numero di anni di studio o a ciò che si è appreso a scuola.

Ci sono molti casi in cui persone laureate in un ambito, scelgono di fare lavori in cui quello specifico titolo non serve a nulla. Farmacisti che gestiscono lidi, filosofi che si occupano di reti commerciali, storici impegnati nella contabilità.

Un campo di studio interessante è l’archeologia. Molte delle persone che intraprendono questo tipo di percorso di studio, spesso lavorano in campi completamente diversi, come chi lavora in banca o ricopre il ruolo di Executive Assistant.

In ambito umanistico, non sempre la laurea rispecchia la vita professionale desiderata o scelta. Molti sono i laureati in materie come storia o filosofia che ad oggi sono area manager, account o, ancora, esperti di marketing.

 

Per chi è alla ricerca del primo impiego, la laurea può essere un ottimo strumento per poter “contrattare” in sede di colloquio, ma nel 2016 non è più la chiave magica che apre le porte del mondo del lavoro. In questo millennio, le aziende evolvono precorrendo o rincorrendo i tempi, quindi cercano persone che siano sveglie, dinamiche, flessibili e in grado di non scoraggiarsi davanti alle sfide che incontreranno. La disponibilità agli spostamenti, insieme ad esperienze di studio o lavoro all’estero e qualche stage, sono ciò che viene valutato meglio dalle imprese moderne e, soprattutto, l’inglese ormai è indispensabile quasi per tutte le occupazioni.

Oltre a questo ci sono le tempistiche entro cui è stato conseguito il titolo di studio, un portfolio di contatti ampio ed importante (nell’era del networking, ovviamente questo è un plus che fa gola a molte aziende), la capacità di rapportarsi con persone di ogni tipo e la capacità di imparare dai propri errori.

Un ragazzo che oggi consegue una laurea in glottologia e dopo un anno e tre stage ha capito “cosa vuole fare da grande” otterrà più risultati e trarrà maggiore soddisfazione da ciò che fa, rispetto a quanto qualcuno che diventerà manager o docente nell’ambito di laurea senza essere convinto delle proprie scelte.

Un fattore che subentra successivamente e acquista valore nel tempo è l’esperienza. Mano a mano che si cresce professionalmente, l’esperienza è una cosa che conta molto di più del titolo di studio o della votazione. Ad esempio un laureato in lettere, che si è occupato di contabilità da tutta una vita, è difficile che dopo 10 anni in amministrazione possa tornare al proprio “ambito di destinazione”. Lo stesso vale per un biologo che si è dilettato nella scrittura di romanzi a tal punto da rendere questo hobby la propria professione.

Decidere di percorrere nuove strade rispetto al nostro passato potrebbe essere la scelta migliore?

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