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Jobs act. Una buona riforma?

02 novembre 2015

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9 mesi fa nasceva una delle riforme più attese del governo Renzi. Al di là delle critiche più accese e dei toni entusiasti della maggioranza, proviamo a capire insieme quali sono stati finora gli effetti di ciascun pilastro della riforma.
  • Tutele crescenti: gli interventi mirano a favorire l’assunzione a tempo indeterminato, garantire una indennità economica proporzionata all’anzianità aziendale e regole più chiare sui licenziamenti illegittimi.
    Effetti? Su questo fronte la riforma ha avuto riscontri positivi con un aumento di 235mila occupati dall’inizio dell’anno: +0,7 sui contratti a tempo indeterminato e – 11,4% sui contratti di collaborazione “precari”. La disoccupazione generale si è attestata all’11,8% (settembre 2015), mentre prima della riforma aveva sfondato la soglia del 13%. Un calo importante riscontrato anche nella disoccupazione giovanile, scesa da oltre il 46% al 40,5%.
     
  • Politiche attive: riguardano in particolare i percorsi personalizzati e le attività di orientamento fornite dai Centri per l’Impiego attraverso il famoso “assegno di ricollocazione”: un voucher disponibile per i disoccupati da oltre 6 mesi spendibile per attività di formazione e altre necessità utili alla ricerca di un nuovo lavoro
    Effetti? I decreti attuativi sono stati emanati da troppo poco tempo per dare un giudizio obiettivo, ma è certo che il problema sono le risorse. L’assegno di ricollocazione difficilmente riuscirà a coprire gli oltre 3 milioni di disoccupati italiani.
     
  • Maternità: sono interventi che mirano a ottenere una maggiore flessibilità sul congedo di maternità, l’allargamento delle tutele alle lavoratrici autonome e ai genitori adottivi e affidatari.
    Effetti? Le novità introdotte dal Jobs Act rappresentano di sicuro un grande passo avanti, come la possibilità di richiedere l’estensione del congedo parentale fino a 12 anni del bambino (anziché 8), e il congedo di paternità esteso a tutte le categorie di lavoratori. Però il programma è in via sperimentale e verrà confermato nel 2016 solo se non avrà troppo inciso sulle casse dello Stato.
     
  • Flessibilità: soluzioni per favorire orari di lavoro meno rigidi, telelavoro, fruizione di congedi parentali anche su base oraria e altri interventi per avvicinare le esigenze dei lavoratori a quelle dell’azienda.
    Effetti? Qui il Jobs Act ha voluto definire meglio una strada che già le aziende e i lavoratori avevano intrapreso con accordi meno ufficiali. Ora è diventato sicuramente più facile per le imprese richiedere ai lavoratori del lavoro supplementare e per i dipendenti trasformare il rapporto a tempo parziale, soprattutto in caso di gravi patologie personali o di un familiare.
     
  • Tutela del lavoro: interventi per estendere l’accesso agli strumenti di sostegno alla disoccupazione e agli ammortizzatori sociali, e un maggiore contrasto al lavoro nero e irregolare.
    Effetti? Forse uno dei punti più deboli della riforma riguarda il tema degli ammortizzatori sociali. Oltre alle proteste da parte dei lavoratori stagionali, penalizzati dal nuovo meccanismo, ci sono stati ritardi anche da parte dell’INPS nel pagamento dei sussidi.
     
  • Semplificazione: come lo snellimento delle norme e dei processi, e la digitalizzazione delle comunicazioni verso la pubblica amministrazione.
    Effetti? Libri e registri sui rapporti di lavoro in modalità telematica, comunicazioni via web, dimissioni online, procedure semplificate per infortuni e malattie professionali. Da adesso le imprese potrebbero finalmente perdere meno dietro alla burocrazia e occuparsi di più del proprio business, ma molto dipenderà dall’adeguamento della macchina statale.
     

E in generale?
Se è vero che alcuni effetti positivi citati potrebbero essere dovuti più alla “ripresina italiana” che a un reale contributo del Jobs Act, ci sentiamo di dire che la riforma sta andando nella direzione giusta. Aspettiamo ancora qualche mese per un bilancio definitivo.

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