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I manager restano manager, anche in pensione

02 marzo 2017

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Non solo le lezioni imparate sul lavoro diventano lezioni di vita: possono anche essere applicate in realtà lavorative atipiche, come ad esempio il “volontariato for-profit”, tipologia di business dedicata a finanziare le strutture pubbliche delle aree in maggiore difficoltà. Gian Pietro Bassani, ex Direttore del Personale, dopo aver ricoperto ruoli sempre più importanti in grandi aziende e multinazionali, ha proseguito l’attività manageriale come volontario nei paesi in via di sviluppo. In questa intervista scopriamo cosa significa avviare una piantagione in Africa e anche quali principi di management si possono apprendere dopo decenni di carriera.

Dottor Bassani, come è iniziata la sua carriera manageriale?

Cominciamo col dire che non avevo l’obiettivo di diventare un dirigente: semplicemente, mi è capitato. Ho iniziato presso una multinazionale delle telecomunicazioni, dove mi occupavo di job description, definendo il lavoro delle persone, il loro “peso” all’interno dell’azienda, fino a fare valutazioni sulla coerenza tra mansioni, produttività e retribuzione.

 

Insomma, fin dal primo giorno si è occupato di persone.

Sì, al punto che quando si liberò un posto per la gestione di un gruppo di lavoro, invece di cercare una figura esterna lo proposero a me.

Ma io posi delle condizioni. Non volevo né un aumento né una promozione: chiesi solo di poter riferire direttamente al responsabile estero, senza intermediari. Il mio lavoro mi aveva fatto conoscere molto bene la struttura dell’azienda, e non volevo ritrovarmi nel ruolo del middle manager che prende tutte le colpe e nessun onore.

Quando mi offrirono un aumento sostanzioso e un responsabile interno, io ringraziai calorosamente e mi feci assumere presso un’altra società.

Quello che mi interessa è creare le condizioni per fare un buon lavoro. La carriera non è mai stata prioritaria.

 

Tuttavia il suo percorso professionale l’ha portata a ricoprire ruoli di responsabilità sempre maggiore. Questo come ha cambiato il suo approccio al lavoro?

Ho capito abbastanza presto che il mio compito non era gestire le persone. L’unica persona che il manager deve gestire è se stesso.

Per il resto, ciò che fa un manager è gestire i problemi - con l’aiuto di altre persone. I risultati si ottengono insieme a chi lavora con te, ed è anche per questo che un buon manager deve condividere obiettivi chiari, curare la relazioni, riconoscere i ruoli e premiare il merito quando si presenta.

 

È un approccio diffuso, secondo lei?

Non quanto dovrebbe. Credo di avere incontrato pochi veri manager e molti supertecnici.

Persone eccezionalmente competenti, certo: ma chi lavorava con loro ne riconosceva la bravura, non la leadership.

 

Dopo tanti anni di lavoro, com’è la vita di un manager in pensione?

Grandi camminate in montagna, ma quelle le facevo anche prima.

Soprattutto, volevo soddisfare un piccolo sogno rimasto nel cassetto fin dai tempi dell’università: già da anni portavo avanti alcune adozioni a distanza. Mi sono messo in contatto con l’associazione che le promuoveva, informandoli del fatto che avevo molto tempo libero. Ho iniziato così le mie esperienze di volontariato internazionale, prima in Brasile e poi in Burkina Faso, e davvero ho visto per la prima volta il mondo “dal di sotto”.

 

E lì ha avuto l’occasione di mettere le sue abilità manageriali al servizio di progetti umanitari.

Non subito. Ero un semplice volontario, facevo quello di cui c’era bisogno, aiutavo e imparavo. Ma ho anche conosciuto alcune persone che mi hanno proposto di seguire dei progetti strutturati. Attenzione, non “progetti umanitari”: veri e propri business, i cui proventi sarebbero poi andati a finanziare orfanotrofi, scuole e altre attività in loco.

Il primo progetto è stata la creazione di una piccola catena di gelaterie a Bangalore, in India. Bisognava impostare un business plan, identificare la clientela, formare i lavoratori, ma anche valutare i fornitori e ovviamente costruire un laboratorio.

Ammetto che l’esperienza è stata piuttosto faticosa, e anche se l’attività è stata avviata non posso dire che il piano sia stato seguito alacremente e senza intoppi.

Mi sono poi occupato di una grande piantagione in Congo: manioca, granoturco, arachidi, alberi da frutto e palme nane. Quando sono arrivato il progetto era fermo da un anno, e io non avevo accesso diretto ai finanziamenti. Bisogna considerare che l’occidentale è spesso visto come danaroso, quindi per noi i prezzi raddoppiavano sempre. Ecco che poi i preventivi lievitano e giustificare le spese a chi stacca gli assegni, che non è sul posto lì con te, non è sempre facile.

Pure in questo caso mi sono dovuto occupare di questioni basilari, prima fra tutte capire dove e a chi vendere i prodotti della piantagione. Senza dimenticare la vera e propria gestione del personale, che ovviamente laggiù si scontra con problemi che in Italia non conosciamo. Ad esempio l’assenteismo di alcuni contadini, che non erano lavativi ma dedicavano parte dell’orario di lavoro a coltivare letteralmente il proprio orticello. Ma grazie anche all’aiuto prezioso di alcuni esperti locali, il progetto è andato a buon fine.

 

E ora, che progetti sta seguendo?

Tra pochi giorni sarò in Costa d'Avorio, dove seguirò la costruzione di una scuola materna e, pare, di un collegio femminile.

Quali attività mi aspettano? Non lo so. Del resto va sempre così: ogni volta arrivo senza sapere dove mettere le mani e ogni volta riparto, mesi dopo, con in testa un lungo elenco di cose che ci sarebbero ancora da fare…

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